Periodo Heian  (794-1185)

Il periodo ha inizio con la fondazione, su modello cinese, della nuova capitale, cui fu dato nome Heian (“tranquillità e pace”). Questa città, successivamente chiamata Kyoto, rimase capitale del Giappone per oltre un millennio.

Durante questo periodo il Giappone interrompe le relazioni diplomatiche con la Cina sia a causa delle guerre intestine che stavano sconvolgendo l’impero dei Tang e che culminarono con l’eliminazione di quella dinastia, sia soprattutto perché le ambascerie che per alcuni secoli i due imperi si erano regolarmente scambiate non rispondevano ormai più alle esigenze del Giappone. I giapponesi avevano già assorbito quanto necessario dalla cultura cinese ed ora erano intenti ad adeguare i nuovi concetti alla realtà del paese; anche per gli scambi commerciali non erano più richieste missioni ufficiali e l’iniziativa veniva lasciata ai mercanti cinesi che ormai regolarmente visitavano i porti dell’arcipelago.

Tra l’ VIII ed il IX secolo si ha l’impressione che i giapponesi abbiano voluto consolidare la propria identità di popolo, rifiutando da un lato ulteriori influssi della civiltà cinese e dall’altro facendo i conti con la propria minoranza etnica, quella degli Ainu. Fino a quel momento i due popoli erano convissuti pacificamente, occupando diverse parti dell’arcipelago: gli Ainu, insediatisi nelle isole molto prima dei giapponesi, si erano stabiliti soprattutto nelle regioni a nord del Kanto mentre gli Yamato occupavano le regioni meridionali. Nel periodo Heian i giapponesi cominciarono a ricacciarli sempre più verso nord, provocando lunghe e sanguinose guerre, con alterne fortune, fino a sospingere i pochi superstiti nell’ Hokkaido dove tuttora vivono. La vicenda assomiglia molto alla conquista e sterminio dei pellirosse nelle pianure americane, con successivo confinamento dei superstiti in riserve; gli Ainu erano tuttavia cacciatori e guerrieri provetti e riuscirono a tenere in scacco gli eserciti giapponesi per molti decenni, arretrando solo di fronte a generali particolarmente abili. È durante queste guerre che venne coniato il nuovo titolo di shogun, che letto per esteso suona sei-i-tai-shogun, cioè comandante in capo contro i barbari, e designava il generale a cui nel corso della campagna militare venivano conferiti pieni poteri. Si pensa inoltre che lo spirito e la determinazione guerriera dei giapponesi abbia iniziato a consolidarsi proprio in funzione delle guerre  contro gli Ainu.

Durante il periodo Heian assistiamo ad una progressiva perdita di potere da parte dell’imperatore e dell’amministrazione statale ed al crescere della potenza della famiglia dei Fujiwara che si era assicurata il diritto di fornire la sposa agli imperatori ed a riceverne le cariche più elevate. Approfittando della morte prematura di un imperatore con la conseguente ascesa al trono del figlio ancora bambino, il capo dei Fujiwara si autonominò reggente e riuscì a mantenere questa carica anche dopo che l’imperatore era divenuto adulto; la nomina a reggente divenne poi ereditaria e consentì ai Fujiwara di governare in nome dell’imperatore per più di due secoli.

Gli agi e le mollezze della vita di corte, la passione per gli intrighi e l’abitudine ad allontanare dalla capitale qualsiasi avversario politico relegandolo nelle province più lontane, portò gradatamente i Fujiwara a perdere il controllo delle province esterne le cui terre venivano di fatto gestite ed amministrate da sovrintendenti locali che, in assenza dei diretti responsabili, impegnati nella vita di corte, operavano a loro piacimento. In questo ambito cominciarono a costituirsi delle milizie autonome, formate da piccoli proprietari terrieri e dai loro servitori, impiegate per la protezione e la difesa del feudo senza dover ricorrere alle scarse truppe imperiali. Questi divennero progressivamente guerrieri professionisti, i futuri samurai.

Il termine samurai, che letteralmente vuol dire servitore, ma per il quale i giapponesi preferiscono utilizzare la dizione bushi, guerriero, fa riferimento a questa classe di combattenti i quali, nati inizialmente come bande di mercenari che offrivano i propri servigi al miglior offerente, acquisirono poi sempre più prestigio man mano ci si rese conto di quanto il loro potenziale bellico potesse influenzare la politica del paese. Divennero così la classe di rango sociale più elevato, immediatamente dopo i nobili di corte.

La filosofia ed il comportamento di questi guerrieri erano improntati ad una serie di regole morali note come bushido, la cui formulazione era radicalmente diversa da quella che conosciamo oggi. L’etica del bushido giunta fino ai nostri giorni, e mirabilmente illustrata dal famoso volume “BUSHIDO” di Inazo Nitobe, si è in realtà consolidata a partire dal 1600 integrando ai concetti originari la morale confuciana, più adatta ad un periodo in cui, con la pax Tokugawa, erano terminate le grandi battaglie. Ad esempio, la tanto decantata lealtà dei bushi, agli inizi era soprattutto solidarietà verso i propri compagni d’arme, non tanto fedeltà al loro signore e non era infrequente che nel corso di una battaglia, non appena una delle due fazioni iniziava a perdere, improvvisamente buona parte delle sue truppe cambiasse bandiera e si schierasse con il nemico.

Il potere legato alla nuova classe dei bushi fu per la prima volta evidente nel corso della cosiddetta guerra Genpei, rimasta nella memoria giapponese come una delle pagine più eroiche della loro storia. In quel periodo gli imperatori, sempre più frustrati dall’impossibilità di governare, paralizzati dalle lotte tra le varie fazioni, estenuati dalla necessità di difendersi da intrighi e complotti, spesso preferivano abdicare per sottrarsi agli intrighi di corte ed iniziare a tesserne loro stessi, acquisendo così quel potere che prima non avevano: paradossalmente l’imperatore si dimetteva per poter governare.

In queste lotte intestine tra la corte imperiale ed i Fujiwara si inserirono le due famiglie militarmente più potenti delle province, i Taira ed i Minamoto, che appoggiando ora l’uno ora l’altro dei contendenti riuscirono ad accrescere notevolmente il loro peso politico. In realtà queste due famiglie erano costituite da membri cadetti della famiglia imperiale che avevano ricevuto un nuovo nome ed erano stati confinati nelle province per non allargare eccessivamente il ventaglio degli eredi al trono. Alla fine Taira Kiyomori riuscì ad insediarsi come dittatore, eliminando Yoshitomo, capo dei Minamoto, ed imponendosi ai Fujiwara. Commise però l’errore di adottarne integralmente la politica, perdendo il contatto con le province e lasciando ampio spazio di manovra a Minamoto Yoritomo, figlio di Yoshitomo, il quale, rendendosi conto che il potere non si trovava ormai più nella capitale ma nella pianura del Kanto dove risiedevano i proprietari terrieri ed i loro bushi, si era stabilito a Kamakura creando il bakufu, o governo della tenda, e stringendo alleanze con le altre famiglie guerriere. Queste si sollevarono in armi contro il dittatore, insieme all’imperatore abdicatario ed ai principali monasteri buddisti. La guerra durò cinque anni e si concluse con la vittoria dei Minamoto nella battaglia navale di Dan-no-ura, il 25 aprile 1185. Nel corso di questa battaglia il giovane imperatore Antoku, di soli tre anni, alleato dei Taira, per non essere catturato si gettò in mare portando con sé uno dei tre simboli del potere imperiale, la spada di Ninigi, che andò irrimediabilmente perduta. Le varie fasi di questa guerra, conosciuta come guerra Genpei, sono rimaste nella memoria collettiva dei giapponesi come una delle pagine più eroiche della loro storia. È di questo periodo anche la saga di Yoshitsune, fratello minore di Yoritomo, e del suo gigantesco aiutante Benkei, protagonisti di infinite leggende epiche.

 

Minamoto no Yoshitsune Yoshitsune e Benkei

Yoshitsune cavalca contro i Taira

Yoshitsune e Benkei in un dipinto di Yoshitoshi
bushi in armatura
Minamoto Yoritomo