Il Bushido

 

Vediamo ora come il buddhismo Zen si è unito allo Shinto ed alle arti marziali per dare origine al bushido. La via del guerriero, bushido, era strettamente connessa con lo Zen da una parte e con le arti marziali (budo) dall’altra e può essere intesa come una religione dell’azione eroica. Il cosciente e predestinato completamento dell’azione eroica era la morte: la morte in battaglia oppure raggiunta tramite il suicidio rituale effettuato con la cerimonia del seppuku, che poteva avvenire per lealtà (chu), per senso del dovere (giri) o per seguire nell’al di là il proprio signore: junshi, o seppuku della felice partenza.

Nell’Hagakure, che è un manuale di comportamento del 16° secolo, c’è un passo divenuto famoso:

“…Bushido significa la determinata volontà di morire. Quando ti troverai al bivio delle vie e dovrai scegliere la strada, non esitare: scegli la via della morte. In ciò non porre alcuna speciale ragione e la tua mente sia salda e pronta. Quando ti trovi al bivio non devi pensare di raggiungere un obiettivo: non è il momento di fare piani. Tutti preferiscono la vita alla morte, e ragionandoci su si sceglierà la strada della vita. Ma se tu manchi allo scopo e resti in vita, sarai in realtà un codardo. Se invece muori senza aver raggiunto l’obiettivo, la tua potrà essere una morte inutile, ma non ci sarà alcuna macchia sul tuo onore. Nel bushido l’onore viene per primo. Perciò ogni mattina ed ogni sera abbi l’idea della morte impressa nella tua mente…”

Questo è il significato del bushido, del primo bushido: la ricerca della morte, della bella morte. La morte come coronamento della propria esistenza di guerriero. Non aveva alcuna importanza che la morte fosse utile a qualcosa: bastava che fosse una morte onorevole. Nel 16° secolo la famosa cavalleria Takeda, il battaglione di samurai a cavallo che per due secoli non era mai stato sconfitto, attaccò una postazione di Oda Nobunaga posta su una collina difesa da una squadra di archibugieri. I 15000 cavalieri attaccarono un’ondata dopo l’altra e vennero spazzati via dal fuoco micidiale dei moschetti, un’ondata dopo l’altra, senza riuscire nemmeno ad avvicinarsi al nemico. Nessun samurai prese in considerazione la possibilità di ritirarsi per sopravvivere, e magari attaccare domani da una posizione migliore. Questo ragionamento era al di fuori della mentalità del bushido, avrebbe potuto essere il ragionamento di uno stratega, di un generale, non di un samurai. Ma il loro condottiero, il daimyo che avrebbe potuto prendere questa decisione, Takeda Shingen, era morto poco tempo prima ed in mancanza di un degno successore era stato provvisoriamente sostituito da un kagemusha, da un sosia. Forse qualcuno ricorderà il film di Kurosawa “Kagemusha”, che si ispira a questi fatti. Il comando era poi stato affidato al giovane nipote Katsuyori che nel corso della battaglia aveva dimostrato la sua totale incapacità di prendere una decisione. Alla fine della giornata l’invincibile cavalleria Takeda semplicemente non esisteva più.

Probabilmente questa affannosa ricerca della bella morte, anche se inutile, non è solo prerogativa nipponica: ricordo un’altra cavalleria, i famosi 600 di Balaklava, che nel corso della guerra di Crimea attaccarono assurdamente l’esercito dello Zar. Avanzarono orgogliosamente contro i cannoni, continuando ad attaccare fino all’annientamento totale.

Qualcuno forse penserà adesso ai kamikaze della seconda guerra mondiale. Il kamikaze, come abbiamo raccontato nella sezione dedicata alla storia, era stato il vento divino, l’uragano che per due volte aveva spazzato via la flotta d’invasione mongola. I kamikaze dovevano essere il nuovo vento divino che si abbatteva sulla flotta d’invasione americana, da cui il nome. Erano aviatori che nel corso della battaglia attaccavano navi da guerra nemiche e perdevano la vita nella missione. Nulla a che spartire con un terrorista in abiti borghesi che si fa esplodere in mezzo ad una folla di civili. Oggi sembra che si ponga l’accento soltanto sulla caratteristica suicida della missione, ma si dimentica che in realtà il cercare la morte, la bella morte, era comune a tutti i samurai educati allo spirito del bushido. Il termine fa quindi riferimento al vento divino, non certo alla morte che è data per scontata. Il kamikaze avrebbe potuto anche salvarsi gettandosi con il paracadute prima dell’impatto, ma perché perdere una così bella occasione di morire con onore?

Il bushido si è sviluppato in tre diverse fasi:

1. Il bushido guerriero. È il bushido classico dei racconti epici. Iniziò nel periodo Kamakura e durò circa 4 secoli. È quello descritto nell’Hagakure.

2. Il bushido confuciano. Durò tutto il periodo Tokugawa, periodo di pace, in cui il bushido rappresenta più che altro un codice cavalleresco di comportamento. È il bushido trasmesso alle arti marziali moderne.

3. Il bushido nazionale. Dalla restaurazione Meiji ad Hiroshima. Ha lo scopo di diffondere anche tra il popolo il concetto di lealtà, soprattutto lealtà alla nazione, basata sul chu, inteso ora come fedeltà all’imperatore, in contrapposizione al chu dei secoli precedenti, fondato sulla fedeltà al signore feudale.

A questo punto dobbiamo fare una breve digressione per spiegare che cosa sia il chu. Il popolo giapponese ha sempre preso molto sul serio il concetto di debito morale, di debito di riconoscenza. Il debito viene chiamato giri e l’onere che si assume prendendosi in carico questo debito è detto on. Se un giapponese riceve un favore, ha l’obbligo di ripagarlo e questo debito aumenta sempre di più con il passare del tempo. L’onere non è soltanto una forma gioiosa di ringraziamento, ma assume anche una valenza negativa di imposizione, di costrizione per questo impegno che si è tenuti ad onorare. Per questo se un giapponese inciampa per strada, nessuno lo aiuta a rialzarsi: sarebbe scorretto approfittare di un momento di debolezza per imporre un on ad uno sconosciuto. Vi sono però dei debiti talmente grandi che non potranno mai essere ripagati: ad esempio il debito verso i genitori per il dono della vita non potrà mai essere ripagato, perché qualsiasi cosa facciamo per ripagarlo, possiamo farla soltanto in quanto siamo vivi e quindi va in realtà ad accrescere il nostro debito. Analogamente il debito di riconoscenza verso il proprio signore, che è la fonte di vita dei suoi sudditi. Questo tipo di debito che non potrà mai essere pagato viene detto genericamente gimu e comprende il ko, il dovere verso i genitori, il chu il dovere verso il sovrano ed il nimmu che è il dovere verso il proprio lavoro. Trasferire il chu sulla figura dell’imperatore significa far sì che l’intera popolazione sia tenuta a qualsiasi sacrificio richiesto dai politici che governano in nome dell’imperatore, perché a ciò i sudditi sono obbligati dal loro debito.

Il bushido nazionale non è quindi stato altro che una forzatura politica, fortunatamente durata solo pochi decenni. Del bushido guerriero abbiamo già detto, mentre nel bushido confuciano vediamo successivamente rifulgere tutti quei principi etici ed estetici mediati dalla dottrina di Kung Fu Chan e basati sul concetto filosofico dell’armonia. Sono quei dettami morali che oggi ritroviamo in tutte le discipline giapponesi e che identificano immediatamente una certa mentalità. Comprendono anche quella sensibilità d’animo e quell’amore per il bello mirabilmente espressi nella poesia, nella letteratura, nella pittura, nel cinema.

Tra le tante virtù possiamo citare:

  • YU, il coraggio: è la virtù principale per un guerriero. Il coraggio in battaglia deriva direttamente dallo sprezzo nei confronti della morte, ma non è solo di questo che vogliamo parlare. Per Confucio il coraggio è compiere ciò che è giusto. Occorre coraggio per compiere sempre ciò che è giusto. Precipitarsi in mezzo alla battaglia e farsi uccidere è cosa che chiunque può fare, ma il vero valore è quello di vivere quando è giusto vivere e morire quando è giusto morire. La tranquillità d’animo è considerata come la manifestazione statica del coraggio: un uomo veramente coraggioso rimane sempre sereno ed imperturbabile. Anche da noi si dice “guardati dall’ira di un uomo tranquillo”.
  • MERYO, l’onore: altra virtù fondamentale per un samurai. Il senso dell’onore, espressione del rispetto verso il rango cui si appartiene, è profondamente radicato nell’animo giapponese: il trovarsi in imbarazzo, essere deriso, provare vergogna erano le situazioni maggiormente paventate da un guerriero, che a volte giungeva anche ad eccessi per difendere il proprio onore. Il dovere verso il proprio nome, che non deve macchiare con azioni indegne, è uno degli on cui il giapponese è sottoposto, e questo ha dei risvolti difficilmente comprensibili da un occidentale: ad esempio il giri verso il proprio nome impedisce di ammettere gli errori commessi.
  • GI, la giustizia, la rettitudine: non è la semplice osservanza delle leggi, che spesso consentono di essere aggirate, ma il rispetto di un concetto superiore di giustizia, che parte dal cuore. Ognuno sa che cosa è giusto, anche se spesso finge di ignorarlo. Nulla ripugna di più all’animo di un samurai di un comportamento subdolo. Da gi deriva il termine giri, obbligo morale, di cui abbiamo già parlato.
  • FUDOSHIN, la fermezza d’animo: esprime la volontà di dirigersi verso la propria meta con tutto noi stessi, senza che nulla ci possa distogliere, né minacce né lusinghe. Chi è alla mercé delle proprie emozioni subisce gli eventi senza poterli controllare, è come un tappo di sughero in un mare in tempesta.
  • JIN, la benevolenza: riflette lo stato d’animo di chi accetta l’universo così com’è e cerca di armonizzarsi ad esso piuttosto che volerlo cambiare, accettando quindi anche i difetti del prossimo.
  • REI, l’etichetta, la cortesia: non ha nulla a che vedere con il galateo od altri manierismi senza significato. Rappresenta il nostro modo gestuale di esprimere il rispetto e la considerazione verso un’altra persona.
  • SHIN, la fiducia: chi possiede shin non mancherà alla parola data né tradirà la fiducia in lui riposta, comportandosi sempre con coerenza.
  • CHU, la lealtà: è l’obbligo più grande. Non è dissimile dal concetto di lealtà presente in ogni popolo, ma in Giappone viene elevato a vertici che noi occidentali potremmo considerare assurdi. Il dovere verso il proprio signore viene prima di qualsiasi altra considerazione riguardante la propria vita, il proprio nome, la famiglia, i genitori, tutto. In effetti nella filosofia giapponese non è mai esistito il concetto di bene o di male, ma soltanto la difficoltà di far conciliare tra di loro le diverse categorie di doveri, che spesso imponevano obblighi contrastanti. L’abilità del guerriero stava nel riuscire a trovare la soluzione giusta, anche se questa poteva essere penosa o costare sacrificio. Ovviamente non aveva alcun senso per la mentalità giapponese il compromesso tutto occidentale che l’obbligo preso per primo escludesse gli altri, o che quello più importante rendesse nulli quelli che contrastavano con esso. Se non vi era soluzione l’unico modo di uscirne con onore era il seppuku.